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Relazioni Convegno Bioetica OMC a Como

Si è tenuta Venerdì 22 e Sabato 23 novembre la due-giorni organizzata dall’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Como dedicata alla bioetica e, in particolare, al rapporto medico-paziente.

L’incontro di Venerdì 22 aperto a tutta la cittadinanza, che si è svolto presso la Casa Divina Provvidenza Opera Don Guanella, ha messo in luce i cambiamenti e lo sviluppo della relazione tra medico e paziente. Si è infatti passati da una medicina paternalistica, dove il medico conduceva il paziente nel suo percorso diagnostico-terapeutico, a un rapporto basato sulla condivisione, dove la cura e gli accertamenti diagnostici vengono concertati direttamente con il paziente.

Durante l’incontro sono intervenuti il dottor Gianluigi Spata, Presidente dell’Ordine dei Medici di Como, il dottor Ilo Marco Fini, medico di medicina generale, la dottoressa Monica Giordano direttrice dell’Unità operativa di Oncologia Medica dell’Ospedale Sant’Anna di Como e la dottoressa Alessandra Longeri, psicologa del dipartimento di Salute Mentale dell’azienda ospedaliera Sant’Anna. Moderatore dell’incontro, Michele Sada giornalista del quotidiano La Provincia di Como. Significativa poi è stata la testimonianza di un paziente.

Il dibattito ha messo in luce gli aspetti fondamentali dell’evoluzione del rapporto medico-paziente: la crescente burocratizzazione del lavoro medico, le implicazioni legate alle nuove tecnologie, il ruolo di internet e, soprattutto, il progressivo  mutamento della relazione tra il medico e il proprio assistito.

<Rispetto al passato sono cambiati molti scenari – afferma nella sua introduzione il presidente dell’Ordine dott. Gianluigi Spata – la scienza propone ogni giorno nuove tecnologie e terapie più raffinate che causano un aumento delle aspettative del paziente e una minore consapevolezza e accettazione della morte. Inoltre, grazie alle informazioni (non sempre corrette) che si possono trovare navigando in rete o attraverso i mass media, i pazienti si recano dal dottore sempre più informati e preparati. Il medico, invece, deve fare i conti con la burocratizzazione della propria professione, dovendo rendere conto alle istituzioni e all’azienda ospedaliera e non solo al proprio paziente. Tutti questi elementi sono causa a volte di attriti e conflitti>

Dall’incontro è emerso che una buona relazione tra medico e paziente è un punto focale per una sanità migliore. Se si riesce a instaurare un buon rapporto tra medico curante e assistito, quest’ultimo acquisirà una maggior fiducia nei confronti del proprio sanitario e si confiderà più facilmente, aderirà compiutamente alle indicazioni del medico e il lavoro sarà facilitato con maggior soddisfazione per entrambi. Gli aspetti relazionali diventano quindi una parte fondamentale del rapporto medico-paziente, anche se troppo spesso vengono lasciati in secondo piano nei programmi di studio universitari.

Secondo la dottoressa Monica Giordano, internet, la televisione e la stampa danno molte notizie in termini di sanità e cura, di conseguenza il paziente ha una maggiore informazione complessiva e si reca dal medico sempre più preparato. Inoltre, rispetto al passato è cambiata l’epidemiologia: c’è una maggiore longevità della popolazione, la qualità della vita è migliorata e la crescente accessibilità a una moltitudine di cure ha portato a una minore accettazione della morte. A ciò si affianca una “desacralizzazione” della figura del medico, che viene visto sempre più come un consulente.

Al giorno d’oggi l’attività del medico è più difficile rispetto al passato. Vi è una necessità di formazione continua, i tempi e i ritmi dell’attività lavorativa sono più serrati, ci sono maggiori tecnicismi e complessità diagnostiche, aumenta la burocratizzazione e, non ultimo, il medico ha dei doveri di adesione alle linee guida scientifiche. Inoltre, coinvolge sempre più il paziente nelle scelte decisionali in merito alla terapia e alle cure da seguire. Una buona comunicazione diventa quindi fondamentale nel percorso di cura di un malato, non solo tra medico e paziente, ma anche tra i medici di famiglia e gli specialisti ospedalieri.

Il dottor Ilo Marco Fini, medico di medicina generale, dà invece una prima definizione di rapporto medico-paziente, inteso come quell’“elemento fondamentale che concorre, insieme alle competenze diagnostiche e terapeutiche del medico e all’aderenza del paziente, a determinare un’ottimizzazione dell’efficacia e dell’efficienza dell’intervento, sia in termini clinici che di gradimento del paziente”. Descrive i tre elementi principali del rapporto medico-paziente – la patologia, il paziente e il medico – e il loro mutamento nel corso del tempo che può essere una possibile causa di conflitto e rischia di minare quel rapporto di fiducia che si deve instaurare e mantenere tra il curante e il proprio assistito.

Per quanto riguarda le patologie, sono aumentate quelle croniche e, a loro volta, le terapie associate sono diventate molto più complesse. Inoltre, è cresciuto il numero e il consumo dei farmaci che ha comportato un incremento del lavoro del medico per le possibili interazioni e, di riflesso, una maggiore responsabilità del paziente nella loro assunzione. Inoltre, un aspetto importante che sta emergendo in questi ultimi anni è il cosiddetto “diseases mongering” ossia la “vendita delle malattie”. A volte, infatti, si nascondono spinte commerciali, alimentate dai media, verso patologie minori che non necessariamente richiedono una terapia, e che trasformano persone sane in pazienti da trattare, sottoponendole a inutili effetti farmacologici collaterali o a screening e indagini non necessari.

Il secondo elemento è il paziente, che rispetto al passato è cambiato: è in grado di decidere per se stesso, è più informato ed è in grado di acquisire informazioni che sono sempre state una prerogativa del medico. Tutti questi aspetti possono essere, da un lato, positivi, soprattutto per quanto riguarda la presa di coscienza legata agli effetti collaterali di farmaci e terapie ma, dall’altro lato, possono essere negativi nel momento in cui il paziente cerca di prevaricare il medico. Anche il cambiamento degli stili di vita del paziente (ad esempio smettere di fumare o seguire una dieta particolare), diventa causa di conflitto con il medico che deve mettere in atto una difficile opera di convincimento verso un individuo che si vede negata una sorta di libertà.

Terzo elemento, il ruolo del medico. La burocratizzazione, dovuta al crescente numero di esenzioni e di note sui farmaci, alla rendicontazione di ogni ricetta e prescrizione, e all’entrata sul campo dei farmaci generici – che non sempre sono allineati a quelli ufficiali – crea difficoltà e va a minare ulteriormente la relazione tra medico e paziente.

Ha portato poi la sua testimonianza un paziente del dott. Fini e della dott.ssa Giordano, che ha rievocato la sua vicenda di malato oncologico e ha messo in particolare evidenza il punto di vista del paziente.

Diverse sono le cause comportamentali che possono incrinare il rapporto tra il medico e il suo assistito, un rapporto dove da un lato c’è il malato che vorrebbe essere al centro dell’attenzione e avere risposte precise e tempestive, mentre dall’altro c’è il curante, sempre più oberato da richieste e casi, con ritmi di lavoro serrati che limitano la sua reperibilità. Il rapporto tra i due soggetti tende a incrinarsi ulteriormente nel momento in cui si esce dagli schemi, quando cioè il paziente eccede nel vittimismo, è troppo pretenzioso (pretenziosità spesso alimentata dai media), quando il medico trasforma una missione in routine o segue il protocollo senza senso critico, applicando cure standardizzate e non personalizzate. Ciò può comportare una perdita di fiducia da parte del paziente nei confronti del proprio medico curante.

Infine, la psicologa Alessandra Longeri si è soffermata sulle emozioni, sulla comunicazione, sulla relazione umana e sulle implicazioni psicologiche che sorgono in un rapporto particolare come quello tra medico e paziente. Non è infatti facile costruire questa relazione perché va oltre la malattia, è una relazione profondamente umana e asimmetrica, fatta da una persona sofferente che dipende dal curante. Il medico non è solo tenuto a essere preparato e competente, ma deve anche essere in grado di ascoltare il malato e capire che persone diverse reagiscono in maniera diversa a una stessa cura.

La competenza del medico, quindi, deve essere fatta da un aspetto tecnico e da un aspetto psicologico, che aumenta di complessità di fronte a malattie gravi che implicano una grande sofferenza.

Oggigiorno, la relazione diventa più complessa in quanto il paziente si deve rapportare, non solo con il medico di base, ma anche con più specialisti, con il radiologo, il medico di laboratorio, le notizie sulla salute che arrivano dal web e dai media, la medicina alternativa, i pareri di famigliari e amici, e tutto ciò mette in crisi il paziente e lo confonde.

Il lavoro del medico, inoltre, è reso più complicato dalla globalizzazione, dalle nuove tecnologie e da internet che rischiano di mettere in secondo pino la relazione.

Per concludere, è necessario sviluppare due fattori, il rispetto reciproco – il medico deve comprendere la sofferenza del paziente e quest’ultimo deve conoscere la complessità del lavoro medico – e l’empatia, ossia la comprensione dell’altro. A ciò si aggiunge l’”essere genuini”: il medico deve capire anche con le emozioni cosa il paziente prova, che solo così può essere veramente curato.

Sabato 23 novembre presso il Grand Hotel di Como, invece, ha avuto luogo il convegno “Aspetti bioetici del rapporto medico-paziente”, rivolto ai medici e agli odontoiatri. Durante i quattro “Laboratori bioetici” che si sono svolti in mattinata, sono state messe in evidenza le criticità e le possibili soluzioni di alcuni aspetti della professione medica e odontoiatrica, con un’attenzione particolare ai giovani medici.

Nel pomeriggio si è svolto il convegno vero e proprio a cui sono intervenuti il dottor Amedeo Bianco, Presidente della Federazione Nazionale Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri e Senatore della Repubblica; Paolo Marino Cattorini, professore di Bioetica all’Università dell’Insubria; il Professor Francesco D’Agostino, Presidente onorario del Comitato Nazionale Italiano per la bioetica; Roberto Malacrida, vicepresidente della Commissione Etica Clinica del Canton Ticino in Svizzera e Gianluigi Spata, presidente dell’Ordine dei Medici di Como.

Il convegno si è aperto con le parole – piene di speranza verso una medicina più “umana” e basata sulla fiducia – del vescovo Diego Coletti, lette da monsignor Angelo Riva, parole alle quali sono seguiti i saluti del Prefetto Michele Tortora, che ha sottolineato come la sanità sia alla base della sicurezza pubblica del cittadino, e dell’assessore alle politiche sociali Bruno Magatti, che ha invece posto l’attenzione sul ruolo delle istituzioni nella gestione di una sanità sempre più aziendalizzata.

La prima delle tre lezioni magistrali, tenuta da Francesco D’Agostino, ha avuto come tema centrale la bioetica del dolore.

Oggi ci si trova di fronte a tipi di dolore diversi: al dolore alleviato si affiancano il dolore criminalmente arrecato e il dolore ricercato e voluto. Nella modernità, infatti, l’individuo va alla ricerca del dolore, non solo attraverso le pratiche ascetiche delle tradizioni religiose, la circoncisione o le mutilazioni ai genitali femminili, ma anche attraverso la body art, i tatuaggi, i piercing, gli sport estremi e alcune pratiche sportive.

La cultura moderna sta banalizzando il dolore e lo riduce a un’esperienza facilmente controllabile da quella grande scienza che è la medicina. La vera questione per la bioetica del dolore è, quindi, la ri-semantizzazione del dolore che deve passare attraverso la compassione – che porta a percepire ciò che è nell’altro – e la consolazione, ossia non lasciare sola la persona.

L’intervento del professor Cattorini, invece, ha messo in evidenza le difficoltà nell’accompagnamento del malato nel fine vita. La prima difficoltà sta nell’aziendalismo che pretende guadagni nel breve periodo, trascura i servizi non remunerativi ed espone il medico-dirigente a conflitti di valore: è meglio servire il malato o l’azienda?

La seconda difficoltà risiede nella persistenza del paternalismo che spesso comporta una scarsa comunicazione di informazioni al malato e che lo spinge, in alcuni casi, a delegare la scelta ai familiari.

La terza e ultima difficoltà è invece di ordine informativo e comunicativo. L’esperienza sul campo non è garanzia di buona comunicazione. Una preparazione adeguata del professionista di oggi include l’ascolto, la comprensione e l’elaborazione di racconti, elementi che richiedono una dovuta disponibilità di tempo. Accompagnare il malato significa onorare l’alleanza con chi sta male, entrare nel suo mondo, comunicare le alternative diagnostiche e terapeutiche, stare al suo fianco.

Infine, il dottor Amedeo Bianco si è soffermato sul rapporto tra bioetica e deontologia e sul codice deontologico.

La revisione del codice deontologico non mette in discussione i principi di etica medica largamente condivisi, i principi di giustizia o il principio di autodeterminazione del paziente, ma cerca di dare una maggiore identità all’autonomia e alla responsabilità del medico. Ma il codice deontologico riesce a cogliere i grandi cambiamenti della società e di ciò che sta intorno alla pratica professionale medica?

Gli sviluppi della medicina moderna hanno fatto sì che il medico non abbia più a che fare solo con il malato ma si debba rapportare sempre più con persone sane, con presunti sani, presunti malati. Il medico, quindi, non deve guardare solo alla malattia ma anche alla persona in sé.

Bianco inoltre sottolinea il problema delle risorse economiche dell’azienda ospedaliera che crea dubbi professionali ed etici al medico: rappresentare gli interessi dell’azienda o del paziente? Il medico, infatti, non deve creare un rapporto di fiducia solo verso i suoi pazienti ma anche verso l’azienda e i dirigenti e ciò può essere causa di potenziali conflitti.

Le considerazioni emerse dai tre interventi sono state discusse nella tavola rotonda che ha concluso il convegno e alla quale ha partecipato anche Roberto Malacrida.

Dalla tavola rotonda è emerso in particolare il problema della comunicazione. Il medico deve imparare a comunicare in modo etico, ha il dovere di dire la verità diagnostica al paziente e di utilizzare un lessico adeguato. I pazienti, infatti, sono particolarmente sensibili al modo di comunicare del medico.

Le università italiane, dal canto loro, prestano ancora poca attenzione alla comunicazione. Esiste infatti un gap di formazione per quanto riguarda relazione e comunicazione: dagli studi biologici dei primi tre anni i futuri medici passano direttamente al momento professionalizzante all’interno delle cliniche. Le università, le strutture sanitarie e gli Ordini dovrebbero invece attrezzarsi per riempire questi vuoti formativi.

Diversa è invece la situazione in Svizzera, raccontata da Malacrida. All’Università di Ginevra, ad esempio, vengono organizzati corsi di comunicazione in cui ai futuri medici viene insegnato a comunicare in modo etico, a gestire il tempo e il rapporto tra verità e speranza, rispettando sempre la dignità del paziente.

Il tempo delle parole, degli sguardi, dei sorrisi è tempo di cura ed è una parte fondamentale del processo di guarigione del malato. La buona comunicazione e il rispetto della dignità dell’ammalato, infatti, migliorano la qualità della cura.

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